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Il D-Day in miniatura
C'è qualcosa con cui bisogna subito fare i conti non appena ci si appresta a parlare o a scrivere del D-Day: le dimensioni. Per quanto prudenti si voglia essere si rischia di esaurire in breve tempo tutti i sinonimi di "enorme" che un buon dizionario può mettere a disposizione.
E come descrivere altrimenti un'operazione bellica come quella dello sbarco delle forze alleate in Normandia, avvenuta il 6 giugno 1944 e di cui quest'anno ricorre il 65° anniversario?
Anche a tenersi strettamente legati ai numeri c'è di che stordirsi: centinaia di migliaia di uomini, organizzati in 6 divisioni di fanteria e 3 divisioni aviotrasportate, cui si aggiungono i commando, i ranger, gli elementi di punta di 2 divisioni e svariate brigate corazzate; oltre 6000 navi, dalle corazzate ai minuscoli mezzi da sbarco in grado di portare a riva una trentina di uomini per volta, passando per gli incrociatori, i dragamine, le navi da trasporto più varie; migliaia di aerei da caccia e di bombardieri, di aerei per il trasporto dei paracadutisti e di alianti.
Per non parlare dell'enorme quantità di materiale necessario per rendere operativa una simile armata: viveri, munizioni, carburante, pezzi di ricambio, medicinali, sigarette... E, vista l'impossibilità di poter conquistare in poco tempo un porto in cui scaricare tutto ciò, aggiungeteci anche due interi porti prefabbricati, ciascuno della capacità di quello di Dover, da traghettare attraverso la Manica e ricostruire sulle coste normanne.
Mai commento è apparso più appropriato di quello del primo ministro britannico, Winston Churchill: "Questa è la cosa più grande che abbiamo mai tentato".
Difficile pensare di poter realizzare un museo dedicato a qualcosa di così colossale prescindendo dalle dimensioni, se non riducendosi a una succinta esposizione di reperti di piccole dimensioni: armi personali, forse un paio di divise originali... troppo poco per rendere anche solo lontanamente l'epicità di ciò che si vuole mostrare, ma abbastanza per rischiare di cadere in una raccolta di oggettistica militare fine a sé stessa.
Intendiamoci: il Museo dell'Esercito Francese può anche permettersi di evocare l'intera battaglia di Waterloo con un'unica corazza attraversata da parte a parte da un colpo di cannone; e a chi la vede sembra, quel buco, di sentirlo nello stomaco. Però lo fa agli Invalides, a poche decine di metri dalla tomba di Napoleone e dopo averti fatto attraversare interi saloni con migliaia di corazze, spade, partigiane, elmi e quant'altro tirati a lucido come per una parata sotto l'Arco di Trionfo.
Ma un museo sul D-Day in Italia non può neppure contare su qualcosa di direttamente evocativo: noi non c'eravamo.
Da qui l'idea di partire proprio dalle dimensioni colossali dell'evento per ribaltare completamente il problema utilizzando una metodologia del tutto particolare: la miniaturizzazione. Raccontare qualcosa di straordinariamente grande, insomma, utilizzando qualcosa di straordinariamente piccolo: le riproduzioni in scala di tutto ciò che può essere utile a illustrarlo.
In questo modo tutti i limiti vengono a cadere (compreso quello, certo non di poco rilievo, dello spazio espositivo necessario): aerei, navi, mezzi da sbarco, carri armati, armi collettive o personali... tutto può essere presente, a patto di scegliere la scala adeguata a ciò che si vuole rappresentare.
Nel museo si passa così dalla scala 1:6 utilizzata per riprodurre le divise e le armi personali alla scala 1:285 per alcuni diorami descrittivi di specifiche azioni militari, passando per le più comuni 1:48, 1:72 e 1:35 per i mezzi e gli aerei (quelle per intenderci dei soldatini con cui abbiamo tutti giocato da piccoli); il tutto con un'unica, sola, assoluta regola irrinunciabile: il rigore storico.
Se si rappresenta la divisa di un soldato britannico del 2° battaglione di fanteria leggera del reggimento Ox & Bucks, ebbene tutto deve essere perfettamente corrispondente alla realtà: dal suo armamento all'insegna sul suo berretto da "red devil".
Resta naturalmente un ultima domanda cui meglio di altri dovrei saper dar risposta: perché un museo sul D-Day?
Invece, sinceramente, non sono certo di saper rispondere.
Forse solo perché qualcun altro possa aver voglia di andare in Normandia a guardare un tramonto sul mare di Arromanches, con la lunga distesa dei resti del porto alleato costruito per resistere pochi mesi e ancora lì, 65 anni dopo, a segnare quel mare con la sua linea tratteggiata, oppure per sentirsi mancare il fiato in una sperduto cimitero all'ombra di un campanile medioevale, di fronte a una lapida bianca con la scritta:"6 june 1944. Know unto God".
Giordano Formenti
Presidente de Il Circolo delle Muse e curatore del Museo D-Day in miniatura
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